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Narrazione

Esperienza della mamma di Massimiliano

Eugenia Grande

Rompo le acque il giovedì mattino alle ore 8, corro in ospedale, mio figlio nasce solo il venerdì sera alle 21 dopo 36 ore di travaglio e viene messo sotto tenda ossigeno. Durante il travaglio io ho avuto vomito, febbre alta.
Non potevo stare in piedi per cui sono rimasta sempre stesa con flebo e ossitocina, monitoraggio continuo e dolori. Non si erano accorti che il bambino aveva il capo chinato e giri di cordone ombelicale intorno al collo per cui non riusciva a nascere. Dopo pochi giorni porto a casa il bambino, che nel frattempo aveva perso 5 ½ hg di peso. Una volta a casa mi vengono, uno dopo l'altro, insopportabili ascessi dolorosissimi in varie parti del corpo, ma solo dopo 8 mesi e vari esami, un ginecologo con cicli di antibiotici giusti finalmente debella il batterio da me contratto durante le troppe ore in cui ero rimasta, durante il travaglio, con le acque rotte. Cesareo neanche a parlarne, perché il reparto dove lavorava il ginecologo che mi aveva seguita per tutta la gravidanza aveva la percentuale minore di tagli cesarei di tutto l'ospedale!
In quel periodo oltre a stare male fisicamente dovevo combattere anche contro il reflusso gastro esofageo di mio figlio che gli provocava vomito, acidità e agitazione per cui gli dovevo somministrare farmaci antivomito e antiacidità.
Piangeva sempre, dormiva solo poche ore perché si svegliava nel cuore della notte lamentandosi per l'acidità e il bruciore di stomaco che lo infastidivano. Non riuscivo più ad occuparmi di nulla all'infuori di lui.
Riuscivo a malapena a preparargli il passato di verdura, l'ho dovuto svezzare a 3 mesi a causa del reflusso, per cui dopo tre mesi dalla nascita raggiungevo mia mamma e mia nonna in Liguria per avere un sostegno che a casa non avevo, non riuscivo neanche a prepararmi da mangiare. Era comunque molto impegnativo occuparmi di lui e non mi spiegavo perché, tra l'altro a parte mia madre, gli altri non capivano come mai mi preoccupassi così tanto di lui. Quando dovetti rientrare al lavoro, mio figlio non voleva più farsi cambiare da me, piangeva e urlava che io non lo toccassi.
Quando per l'acquaticità il papà non poté più entrare in acqua insieme a lui non volle più andare in piscina.
Il primo anno di scuola materna fu un inserimento lunghissimo e d'estate il molto tempo passato in Liguria con la nonna provocarono in lui un forte senso di abbandono da parte dei genitori nei suoi confronti.
Incominciò a chiudersi in se stesso: giocava sempre allo stesso gioco che consisteva nel mettere in fila delle macchinine per poi coprirle accompagnando i gesti con dei suoni vocali. Aveva tre anni e incominciai a capire il perché di tutta quella fatica per crescerlo. Il perché i miei suoceri, tanto in trepida attesa del nipotino in gravidanza, tanto dallo sconsigliarmi di iscriverlo al nido, consigliarono a mia madre, che non abitava vicino a noi, di tenerlo tre giorni alla settimana lei, cosicché gli altri due lo avrebbero tenuto loro, che invece abitavano a 200 metri da noi.
Capimmo noi genitori, col tempo, la sua fragilità, che ancor oggi non sappiamo se collegare al parto, forse si.
C'è da considerare anche il mio stato d'animo e il mio nervosismo che lui, molto sensibile, percepiva.
Le difficoltà continuarono alla scuola materna, dove, pur essendo d'accordo sulla possibilità di avere un'insegnante di sostegno, a causa della sua precarietà nel seguire le regole, nel concentrarsi e nei rapporti con i compagni, subimmo il nostro primo ricatto da parte della Preside del Comprensorio Scolastico.
Ci disse che, essendo noi fuori zona, non ci avrebbe confermato l'iscrizione all'anno successivo di materna, se non avessimo accettato di richiedere un'insegnante di sostegno. Ci disse di fare domanda all'ASL e se avessimo avuto risposta negativa ci avrebbe indicato lei a quale altra ASL rivolgerci. Così, insieme alla NPI a cui ci eravamo rivolti nel frattempo per essere aiutati ad uscire dalla condizione in cui ci trovavamo, decidemmo, con la diagnosi di disturbo del linguaggio e disturbi relazionali, di far valutare il caso alla commissione addetta al rilascio della "certificazione", necessaria ad ottenere almeno dodici ore di sostegno. Comunque, ci sentimmo ricattati e maltrattati da altre battute della Preside rivolte all'Azienda Sanitaria Locale per cui lavoro e a quelle delle insegnanti che volevano loro fare "una diagnosi" sul bambino.
Al momento del passaggio alla scuola elementare, su consiglio anche della NPI lasciammo quel Comprensorio Scolastico per iscriverlo al Circolo della città vicina dove fummo molto ben accolti dal Preside e collaboratori anche se il primo anno di scuola elementare non fu comunque tranquillo.
La differenza sostanziale però si ebbe subito dall'inizio del secondo anno. Il bimbo rientrò a scuola molto volentieri con voglia di rivedere i compagni, le insegnanti e la scuola nel suo complesso, dove si trova molto a suo agio e dove sente un forte senso di sicurezza. Dati i risultati positivi e i miglioramenti decidemmo di mandarlo anche a catechismo che frequenta tutt'ora volentieri e con lo scopo di fare la Prima Comunione. Chiedemmo alla psicomotricista che lo seguiva individualmente ormai da tre anni di cambiarci il giorno di psicomotricità perché coincidente con il giorno stabilito dalla Parrocchia per il catechismo. La risposta fu: "Fate le vostre scelte, io non posso cambiarvi giornata" (II ricatto). A questo punto pensammo di accarezzare un'altra possibilità, chiedendo alla Scuola di Formazione di Psicomotricità se era possibile, visti i problemi relazionali, inserire il bambino in un piccolo gruppo, seguendo lo stesso metodo. Dopo vari colloqui, test, e supervisioni molto deprimenti, ma sempre tenendo duro, riuscimmo a inserirlo in un gruppo di quattro bimbi della sua età, seguiti da due psicomotriciste e da alcune tirocinanti della scuola stessa. Gli ottimi risultati della nostra scelta si notarono quasi subito per cui chiedemmo alla Neuropsichiatra Infantile la solita relazione annuale per ottenere una parte di rimborso che ci spettava dalla nostra ASL, ma ci venne detto dalla attuale NPI che non era sembrato corretto il modo che avevamo seguito per giungere a questa scelta. Ci chiese se noi d'abitudine andavamo a Messa la domenica e se avevamo salutato a dovere la psicomotricista che lo seguiva precedentemente. Ripetemmo all'infinito che la psicomotricista non ci aveva dato alcuna altra scelta e che era nostra intenzione comunque portare il bambino da lei per salutarla, ma che il corso di gruppo stava per iniziare e non potevamo perdere l'occasione perché ogni lezione persa non era recuperabile.

Le insegnanti erano pienamente d'accordo con noi sulla scelta proprio perché c'era la necessità per il bambino di stare insieme ad altri bimbi.

La neuropsichiatra andò in maternità senza rilasciarci la relazione (non c'è 2 senza 3).
A quel punto ci rivolgemmo alla NPI che lo aveva seguito precedentemente, la quale ci fece giusto 2 righe sottolineando nella relazione, dopo aver contattato l'attuale NPI, che la scelta era stata esclusivamente dei genitori, quasi disconoscendo il caso che aveva seguito per ben tre anni e non pensando minimamente alla conoscenza che noi genitori potevamo avere acquisito del bambino.
Il bambino ora frequenta la terza elementare e migliora a vista d'occhio, è inserito bene nella classe, adora le sue insegnanti che hanno saputo formare un bel gruppo. In più anche al corso di psicomotricità Massimiliano si è saputo mettere in gioco e ha superato gli ostacoli che si sono presentati positivamente.

La crisi che la NPI si aspettava, fin'ora non c'è stata, anzi, è stato tutto un progresso, naturalmente imparando a rispettare i naturali tempi del bambino.

Oltre alla psicomotricità, durante l'estate ha sempre fatto ippoterapia in un maneggio.
L'ippoterapia e il rapporto col cavallo sono serviti per infondergli più sicurezza e fiducia.

Ma fiducia e sicurezza sopraggiungono anche quando intorno a te c'è serenità perché ti trattano normalmente senza allontanarti dalla classe quando non ce la fai più e disturbi le lezioni e quando si complimentano con te anche per i piccoli risultati raggiunti.

Ho scritto questa mia esperienza perché è giusto che esista più rispetto da parte di tutti nei confronti di genitori che non sono preparati alle difficoltà, ma a cui bisogna dare delle chanches.
La strada è sempre stata in salita ma ora finalmente possiamo permetterci di alzare la testa risalendo la china per merito della tanta pazienza del papà e dalla fiducia dimostrata dalla psicomotricista che l'ha accolto in gruppo, all'ippoterapia e alle esperienze sempre nuove che gli facciamo fare per cogliere il più possibile la sua attenzione a casa, come anche a scuola.
Bisogna dare ai genitori da parte di chi pensa di essere più competente l'opportunità di non continuare a combattere contro i mulini a vento, essendo le persone che negli anni hanno imparato a conoscere il bambino più di tutti ma che devono però sempre fare i conti con la società che non è sempre morbida.

L'aiuto può esserci dato anche da parte di quei genitori disponibili nei confronti di chi è stato meno fortunato di loro e dei loro figli e con l'esperienza di quei genitori che invece hanno provato sulla loro pelle le difficoltà che la vita gli ha riservato.

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